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 5-IL GLADIATORE

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MessaggioOggetto: 5-IL GLADIATORE   Ven Ago 20, 2010 9:48 pm

IL GLADIATORE


Nell'anno 180 d.C., il valente generale Massimo Decimo Meridio[2] guida l'esercito romano alla vittoria durante la guerra contro i Barbari in Germania, guadagnandosi la stima dell'anziano imperatore romano Marco Aurelio, gravemente ammalato. Marco Aurelio, che sente prossima la fine, sceglie, in luogo del figlio Commodo, considerato inadatto al ruolo, il generale Massimo come proprio successore al quale affidare il compito di far tornare Roma ad essere una repubblica, restituendo il potere al senato, ovvero al popolo romano, come era prima dell'avvento dell'età imperiale.

Inizialmente riluttante, Massimo chiede tempo per decidere e si ritira in tenda a pregare gli Dei affinché lo aiutino a decidere per il suo futuro e proteggano la sua famiglia, idealmente rappresentata da due stauette che Massimo porta con sé. Nel frattempo Marco Aurelio comunica la sua decisione al figlio, che era giunto da Roma insieme alla sorella Lucilla ma Commodo, deluso e afflitto per la scelta del padre, lo uccide soffocandolo prima che renda pubblica la sua decisione. Massimo capisce che l'imperatore non è morto per cause naturali, ma è stato ucciso dal figlio, dunque rifiuta di sottomettersi a Commodo, che allora dà ordine alla guardia pretoriana di uccidere lui e la sua famiglia, dopodiché rientra a Roma come imperatore.

Massimo viene immobilizzato e condotto in mezzo alla foresta, dove sono ben visibili i segni della battaglia, per essere giustiziato; inginocchiatosi davanti al boia riesce, dopo aver finto di accettare il suo destino, ad afferrarne la spada e ad uccidere, uno dopo l'altro, tutti i pretoriani del manipolo. Gravemente ferito a un braccio nell'azione, s'impossessa di due cavalli e intraprende il lungo viaggio verso casa, ove giunge troppo tardi, scoprendo la moglie e il figlio impiccati tra le rovine fumanti della propria abitazione. Disperato, piange i suoi cari, infine si accascia straziato dal dolore e sfinito dalla stanchezza.

Catturato da un mercante di schiavi viene venduto a Proximo, un ex gladiatore divenuto lanista, che proprio Marco Aurelio aveva affrancato insignendolo del rudis, la spada di legno. Massimo è portato in Africa ed è costretto a combattere nell'arena, dando presto prova delle sue eccellenti qualità di guerriero, che gli fanno accrescere la popolarità tra gli spettatori ed il rispetto degli altri combattenti; l'"Ispanico", come è conosciuto nella familia gladiatoria, stringe amicizia con Juba, un cacciatore numida e con Hagen, un combattente germano che, fino alla comparsa di Massimo, era il più valoroso dei gladiatori di Proximo. Durante le pause degli spettacoli Juba e Massimo, parlando delle rispettive famiglie e della vita che conducevano prima di divenire schiavi, rinsaldano la loro amicizia traendo coraggio, di fronte alla prospettiva della morte in combattimento, dalla speranza che avrebbero rincontrato i loro familiari nell'aldilà.

Quando Commodo, soprattutto per conquistare la folla, ordina che per un lungo periodo, 150 giorni, si tengano a Roma dei giochi gladiatorii in memoria del padre, proprio colui che cinque anni prima ne aveva disposto l'interruzione, anche i gladiatori di Proximo vengono affittati per lo spettacolo. Proximo comunica a Massimo che presto si esibiranno nel Colosseo, lo sprona a migliorarsi ancora e gli indica la strada per riconquistare la libertà:

« Impara da me! Io non sono stato il migliore perché uccidevo velocemente. Ero il migliore perché la folla mi amava. Conquista la folla e conquisterai la libertà. »
(Proximo a Massimo, provincia di Zucchabar, prima di partire per Roma)

A Roma i gladiatori di Proximo vengono destinati a rievocare la battaglia di Zama della seconda guerra punica, rappresentando le truppe di Annibale, l'orda barbarica, schierate contro le legioni di Scipione l'Africano. Massimo, che indossa una maschera che ne cela le sembianze, assume il comando del gruppo e disponendo i propri compagni a testuggine al centro dell'arena riesce a sovvertire l'esito di un incontro in cui erano storicamente destinati alla sconfitta. Facendo eco allo stupore della folla, in tripudio per lo spettacolo offerto, Commodo scende nell'arena accompagnato dal nipote Lucio per incontrare questo "Ispanico". Gli chiede il suo nome, ma Massimo, quasi irridendolo, risponde: «mi chiamano gladiatore» e volge le spalle all'imperatore. Commodo, furioso per l'affronto subito, gli ordina di togliersi la maschera e di rivelare il suo nome. A questo punto Massimo scopre il suo volto, si volge lentamente e risponde, in un crescendo di rabbia:

« Mi chiamo Massimo Decimo Meridio

Comandante dell'esercito del Nord
Generale delle Legioni Felix
Servo leale dell'unico vero imperatore, Marco Aurelio
Padre di un figlio assassinato
Marito di una moglie uccisa


E avrò la mia vendetta, in questa vita o nell'altra. »
(Massimo Decimo Meridio rivolto a Commodo, dopo la rievocazione della Battaglia di Zama)

Impossibilitato ad uccidere Massimo, guadagnatosi il sostegno della folla che chiede incessantemente la grazia, Commodo solleva la mano e protende il pollice verso l'alto, lasciando infine l'arena mentre la folla riecheggia e osanna il nome di Massimo.

Lucilla, dopo aver visto Massimo in vita, si incontra segretamente con lui in una delle celle in cui si trovano i gladiatori. Durante il loro colloquio Massimo la accusa con rabbia di aver partecipato agli omicidi del padre e della sua famiglia, ma lei lo nega decisamente, dichiarandosi a sua volta terrorizzata e vittima del fratello. Lucilla confida a Massimo di disporre di potenti alleati in senato che vogliono detronizzare Commodo e lo invita ad allearsi loro per rovesciare il fratello, ma Massimo rifiuta e le chiede di dimenticarlo, chiudendo bruscamente l'incontro.

Il giorno dopo Massimo deve fronteggiare l'unico gladiatore imbattuto che ritorna nell'arena cinque anni dopo il suo ritiro, Tigris delle Gallie. Mentre Massimo resta a guardare, Tigris pronuncia la formula di saluto, Ave, Caesar, morituri te salutant; quindi, mentre i due avversari si predispongono al combattimento, alcuni gruppi di addetti si precipitano a raccogliere delle catene celate nella sabbia. Durante il combattimento più volte da botole che si aprono nell'arena balzano fuori delle tigri incatenate che si avventano, trattenute a stento dagli addetti, contro Massimo. Una delle tigri riesce ad atterrarlo, ma viene trafitta da Massimo che riesce, pur sotto il peso della fiera, a colpire ripetutamente Tigris, che si abbatte in terra sconfitto. Tigris, condannato a morte dal pollice verso di Commodo, viene graziato da Massimo che si rifiuta di ucciderlo, sfidando deliberatamente l'ordine dell'Imperatore. La folla lo acclama come "Massimo il misericordioso" mentre Commodo, abbandonato il palco, lo raggiunge nell'arena e lo provoca rievocandogli le atrocità patite dai suoi familiari mentre venivano trucidati dai pretoriani. Senza perdere la calma, Massimo si volge e si allontana dopo aver replicato: «il tempo degli onori presto sarà finito per te, principe».

Mentre viene riaccompagnato alla scuola dei gladiatori Massimo viene informato da Cicero, il suo fedele servitore, che il suo esercito, accampato ad Ostia, gli è rimasto fedele. Riesce a incontrarsi nelle celle dei gladiatori con Lucilla e il senatore Gracco, al quale chiede di farlo uscire da Roma e ricongiungere col suo esercito col quale tornerà a Roma e rovescerà Commodo. Sospettando il tradimento della sorella, Commodo minaccia indirettamente il figlio Lucio, costringendola a rivelare il complotto. I pretoriani arrestano immediatamente Gracco e prendono d'assalto la caserma, combattendo contro i gladiatori di Proximo mentre Massimo scappa. Hagen e Proximo vengono uccisi durante l'assedio, mentre Juba e i superstiti vengono imprigionati. Massimo fugge attraverso un tunnel dalle mura della città, ma assiste impotente alla morte di Cicero, trafitto dalle frecce dei pretoriani, e viene catturato da una legione della guardia pretoriana.

Massimo, incatenato nei sotterranei, riceve la visita di Commodo che lo sfida a duello nell'arena. Per essere certo della vittoria, prima di affrontarlo gli infligge una pugnalata nella schiena con uno stiletto e ordina a Quinto di celare la ferita. Condotto nell'arena, ove lo attende Commodo, Massimo raccoglie la spada da terra e inizia il duello, mentre i pretoriani si dispongono a cerchio attorno ai combattenti. Dopo alcuni scambi di colpi Massimo, pur indebolito dalla ferita, riesce a disarmare Commodo ma a sua volta, prostrato dallo sforzo, lascia cadere la sua spada. Commodo chiede un'altra spada, dapprima a Quinto, che non acconsente, e poi ai pretoriani che però, su ordine di Quinto, non intervengono. Commodo estrae allora uno stiletto nascosto e si getta su Massimo che contrattacca, colpendolo con pugni violenti. I due lottano avvinghiati per alcuni secondi, fino a che Massimo riesce a spingergli la mano indietro e affondare lo stiletto nella gola di Commodo, che cade senza vita in un Colosseo avvolto dal silenzio. A Massimo, ormai morente, appaiono la sua casa e la sua famiglia, ma viene riportato alla realtà dalla voce di Quinto che gli chiede indicazioni.

Massimo chiede a Quinto di liberare Juba e gli altri gladiatori di Proximo sopravvissuti e di restituire alle sue mansioni il senatore Gracco, al quale chiede di restaurare a Roma il governo repubblicano. Dopo un'ultima e più nitida visione dei suoi cari, che lo stanno aspettando, Massimo crolla pesantemente a terra morendo tra le braccia di Lucilla, inginocchiatasi accanto a lui. Dopo avergli chiuso gli occhi si rialza e ricorda a tutti che Massimo è stato un uomo buono e un soldato di Roma e che la sua memoria va onorata. Il corpo di Massimo viene sollevato e portato fuori dal Colosseo, mentre il cadavere di Commodo resta abbandonato nell'arena.

Quella notte Juba ritorna nel Colosseo vuoto e seppellisce, nella sabbia intrisa di sangue dov'era caduto Massimo, le statuine della moglie e del figlio di Massimo, augurandosi di rivederlo dopo la morte, «ma non ancora, non ancora».


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